L’immoralista

<<Quelli che narrerò in stretta successione sono due testi francesi a cavallo fra ‘800 e ‘900. Intravedo un sottile filo rosso fra loro e mi sembrano fornire un buon taglio, commestibile e ben digeribile, di morale dell’epoca. Non so cosa abbia dato il via a questo improvvisato excursus nella società francese di oltre un secolo fa, ma so qual è il limite, che io stesso mi sono imposto: una bottiglia di Bonarda per ciascun testo. Accomodatevi.>>

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Indifference
by someonesaid@DeviantArt

Le opere di metamorfosi contengono quasi sempre un messaggio – forse mai come in questo caso sarebbe opportuno dire una morale – incarnata nel protagonista. Qualcuno fa, o non fa, qualcosa e viene trasformato in qualcosa d’altro, perché sì! Spesso è la beffa a sottolineare la gravità della metamorfosi, vi è una sorta di nemesi. A pagarne le spese il centro, l’obiettivo, il protagonista, che diviene avvertimento per tutti. Questo ci rende le metamorfosi più assimilabili e giustificate, alla fine salta fuori che Tizio e Caio se la sono davvero meritata questa nuova forma, o comunque ci sono andati vicino… La morale è ben evidente, viva e vegeta. Penso ad Ovidio.

André Gide impasta autobiografia, costume dell’epoca e finzione, attorno alla figura del protagonista di questo romanzo, ma calpestando la morale – appunto immoralmente – poiché saranno le persone attorno a lui a soffrirne i disgraziati esiti. Soprattutto colei che, a rigor di logica sociale, dovrebbe essere a lui più cara, ossia la moglie. Michel se la cava benissimo, tutto di guadagnato! Appare cattivo, appare indifferente e cinico, egoista, forte e autonomo. Appare molto più contemporaneo che a cavallo fra ‘800 e ‘900…Ma Michel non è sempre stato così. Indietro di due passi…

…e iniziamo dalla prima pagina. Questo romanzo narra un pretestuoso viaggio concreto, attraverso deserti, mari e città – dalla salute alla malattia, e dalla malattia di nuovo alla salute – per portarci a conoscenza di un altro viaggio, astratto e ben più affascinante e misterioso.
La narrazione assume i toni d’una trasognata confessione di un individuo che, aprendosi al lettore, avverte via via la mancanza di colpa nelle sue azioni e l’inutilità della confessione in atto. E questa diviene – altra metamorfosi – una riflessione, elegante e sobria, che non dà pretesti per reazioni pulsorie tipiche della provocazione mordace.
Il piccolo uomo, dalla salute instabile e dalla psiche labile, che prende parola a inizio romanzo è religiosamente innamorato della moglie che non riesce ad amare umanamente; sulle prime non si capisce bene perché l’abbia sposata, come non lo si capisce tutt’oggi nella stragrande maggioranza dei casi, ma qualche indizio volutamente lasciato ai nostri occhi ci suggerisce che un motivo ci sia. La ragione di questo affiancamento forzato non si esaurisce con la volontà di nascondere un’omosessualità tanto conclamata in Michel quanto inespressa al resto del mondo (guarda Michel che tua moglie l’ha già capito!), ma nell’obbedienza ai canoni morali della società, che riconosce solo ciò che afferma e distrugge tutto ciò che non riconosce. Se tu, uomo d’inizio novecento, non sei sposato a una donna, o sei un prete o sei da sommergere di un sospetto così acre da far pensare all’odio.

Saltate circa 130 pagine e vi sembrerà di leggere le parole di un altro uomo. Sì, perché il Michel finale, il prodotto della metamorfosi, è esattamente come descritto prima. Un indissolubile, turgido e sfavillante stronzo! Uno che sta da dio. Eppure, uno stronzo senza compiacimento, piuttosto stupito che imbarazzato, uno stronzo quasi dolce, uno stronzo simpatico. Se ne resta lì, con le braccia penzoloni e i palmi rivolti verso di noi, le spalle un po’ incassate, come a dire: “non so di preciso cos’è successo, non so nemmeno se essere dispiaciuto o felice…”. Ma che sarà successo?

In quelle 130 pagine è successo ciò che a volte impiega anni ed anni ad accadere, ciò che in molti individui non accade mai, purtroppo. La rottura netta e irreparabile fra individuo e morale, fra ego e società, fra istinto e galateo.
Il controllo esterno, generato dai meccanismi sociali dei costumi, delle tradizioni, della politica e delle filosofie, della religione e dell’urbanistica, dell’educazione e del decoro; questo controllo così sfaccettato eppure monolitico, salta. Fa un casino tremendo, un’esplosione di umanità incorrotta e selvaggia, eppure autentica, genuina e irripetibile. Una fragorosa detonazione che dura un istante e non viene udita da nessuno, ma che marca indelebilmente il passaggio da una forma primitiva a una forma fino ad allora impensabile. Una gabbia di acciaio che evapora come un sogno al mattino.

In tutta questa cosa bella che sto descrivendo, chi viene distrutto è Marceline, la mogliettina fedele, devota e mogia mogia. Proprio un’ingiustizia, un’immoralità bella e buona, sbattuta in faccia al lettore come prova di un’avvenuta metamorfosi, una radicale e cieca metamorfosi.
Marceline accetta la propria condizione di “oggetto” d’amore, di soprammobile di rappresentanza, accudendo fino alla morte Michel, che muore nella sua forma debole per rinascere forte e spazientito dalla moglie.
L’immoralista guarda a Marceline come a una testimonianza di una vita ormai defunta, abbandonata. Rappresenta per lui una vergogna, un imbarazzo, l’eco di un passato di sofferenze e costrizioni. Michel la trascina, sebbene ella s’ammali di tubercolosi, in una sorta di nostos del proprio animo, un percorso che non può affrontare e che la consumerà fino alla morte. E con la sopraggiunta fine di Marceline si afferma l’inizio di Michel.

Il cuneo fra forma passata e forma futura del protagonista – l’ago della bilancia che fa pendere Michel verso l’individualismo più assoluto – è impersonificato da un altro omosessuale, presentato nel libro come soggetto elusivo e ciononostante incisivo. Menalque, l’apologeta dell’individualità.
Cerco sempre di evitare citazioni, ma queste sue frasi rivolte a Michel dovete leggerle, perché non possono essere parafrasate, affondando il loro senso nel vuoto di parole che costituisce il centro di ogni persona:

[…] il possedere qualcosa incoraggia al riposo e nella sicurezza ci si addormenta; mi piace abbastanza vivere per pretendere di vivere sveglio e, anche in mezzo alle mie ricchezze, mantengo questa sensazione di precarietà con la quale esaspero, o almeno esalto la mia vita […] mi piace una vita di rischi e voglio che essa esiga da me, ad ogni istante, tutto il mio coraggio, tutta la mia felicità e tutta la mia salute.”

[…] dei mille modi possibili di vita, ognuno di noi può conoscerne uno soltanto. Invidiare la felicità altrui è pazzia: non si saprebbe che farsene. La felicità non si può averla già bell’e fatta, ma su misura.”

“Creo la novità di ogni ora dimenticando completamente il momento precedente. Non mi basta mai l’esser stato felice. Non credo alle cose morte e per me il non essere più è come il non essere mai stato.”

“I ricordi più delicati appassiscono, i più voluttuosi marciscono, i più incantevoli sono i più pericolosi per il futuro. Ciò di cui ci si pente, un tempo era delizioso.”

“Ah! Michel, ogni nuova gioia ci attende, ma vuole trovare il nido vuoto, essere l’unica, e che si arrivi a lei senza altra compagnia.”

“[,,,] i più pensano di poter ottenere qualcosa di buono da se stessi solo con la costrizione; si accettano solo contraffatti. Ognuno desidera assomigliare il meno possibile a se stesso; ognuno si costruisce un modello, poi lo imita; accetta addirittura un modello già scelto […] hanno paura di essere soli e così non si trovano mai. Io disprezzo questa agorafobia morale…”

Con agorafobia morale, Gide immortala quel fenomeno alla base di moltissime coppie infelici. Michel lo ascolta, eccome. E ciò che in lui era un tentativo, ora ha trovato le parole per divenire un successo.

E una volta libero? André Gide dà prova di abissale intelligenza esistenziale, affermando che nonostante questa liberazione appaia ardua e per pochi eletti, “sapersi liberare non è niente, il difficile è saper essere libero.” Ecco che la metamorfosi non ci appare più così netta, ma questa nuova forma dell’essere è soltanto una delle sue infinite declinazioni, e che forse inizia proprio ora la parte difficile.

Ma il romanzo si ferma alle porte di questa considerazione, come ogni buona provocazione, non si occupa delle conseguenze…

L’immoralista, André Gide, 1902
@Goodreads

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