Il grande Gatsby

Scena di una “festicciola” di Gatsby, secondo Hollywood

Da qualche giorno rimugino sull’ennesimo grattacapo femminile, l’unico tipo di problema nella cui soluzione siano accettate approssimazioni ai limiti del fatalismo.
Quante spugne gettate…
Sospeso fra spaesamento e caustici sarcasmi, intenzionato a non cedere al pregiudizio (la realtà mi sventola la mano davanti agli occhi gridando “sveglia”, ma io m’ostino a sognare un altro po’!), sono andato alla ricerca di una frase ben precisa, di cui non ricordavo che il messaggio, avendone persa la forma. E si sa, la forma espressa dai grandi autori sovente rende quel messaggio un proiettile ad alta penetrazione, lasciandoci moribondi di estasi ed eternamente grati.

L’autore in questione è un peso massimo della cultura dello scorso secolo; Francis Scott Fitzgerald è a buon diritto considerato, insieme al contemporaneo e amicale Hemingway, l’adottivo padre spirituale della Generazione Perduta. Ma questa, che potrebbe ormai sembrare un’etichetta prima ancora commerciale che accademica, è in verità l’esatto ritratto di coloro che vissero la deflagrazione dell’American Dream e per primi furono costretti a sognare ricchezza, bellezza, facilità e spensieratezza, senza possibilità di scelta. Il tutto condito dall’onda lunga delle disparità ottocentesche, da un paio di guerre mondiali inframezzate dalla grande depressione di fine anni ’20, e da derive nazionalistiche che mal vedevano l’artista non allineato al Grande Sogno. Di tanto in tanto mi chiedo come verrà definita la nostra generazione; non lo so, ma sicuramente l’epiteto scadrà con decisione al volgare.
L’agognata frase è contenuta nell’unico libro finora incontrato che senza esitare definisco, ogni volta che ne parlo a qualcuno, perfetto. Infatti, “Il grande Gatsby” è la prova lampante che, se un’idea di perfezione è possibile, è perché essa, talora, seppur molto raramente, prende forma per uno splendido istante, per ritornar poi un concetto astratto, l’immota stella polare.
L’atmosfera di questo romanzo è languidamente affondata nei caldi cuscini del sogno, che ne ovatta la narrazione; la parola è ipnotica e la storia rassicurante, anche alla prima lettura, quando tutto è ancora da scoprire, prima del mistero e prima della fine mozzafiato.
La perfezione si riverbera nelle frasi, che girano esatte, in un ticchettio di orologio svizzero. Oserei dire di più, ossia che siamo di fronte a “l’estrema sofisticazione: la semplicità” (Leonardo da Vinci).
Il pregiato motore della storia è a tratti roboante, ma sempre distinto ed elegante; si muove costante e padrone di sé da un capo all’altro del testo, come una di quelle lussuose automobili degli anni ’20, una di quelle da cui Fitzgerald si sporgeva raggiante d’emozione, disperato dalla consapevolezza di una gioventù rimasta nella scia là indietro, nella polvere dei ricordi. Ben sapeva che non sarebbe mai stato più felice di così, e oggi noi ben sappiamo che non sarebbe mai più stato nemmeno così perfetto.
Le persone ritratte ne “Il grande Gatsby”, elegantissime e scomposte, recano i segni evidenti di quel benessere sempre illusorio, tradito da gesti convulsi, fiotti d’invidia, ipocrisie e perfide benevolenze. La ricchezza resta comunque, come in tutte le opere di questo autore, un baluardo, un mito di redenzione, la sacra reliquia della modernità, più della nobiltà capace di inebriare senza assuefare. Ma come accade a quasi ogni dorato mito, essa si umanizza in fanatica degradazione (questo è ancor più evidente in un altro testo di Fitzgerald, “Belli e dannati”).
Uno dei cardini del racconto sono le “festicciole”, così le definiva Gatsby, ambientate nella fastosa e lussureggiante villa che dominava le invidie di chi vi si recava, a Long Island. Credo che nessuno di noi abbia mai partecipato a cotanta esagerazione, eppure sono convinto che una traccia di quelle sensazioni, provate magari in un contesto minore per lusso e perdizione, tutti l’abbiamo dentro di noi. Prendiamo per esempio quell’emozione, così volatile, che ci prende dopo un paio (e oltre) di bicchieri, l’avete presente? Ecco come Fitzgerald riassume, anche qui perfettamente, quel cocktail (parola che calza a pennello) di sensazioni inebrianti: “…tutto si trasforma in qualcosa di significativo, basilare e profondo”. Applausi! Ma non è questa la frase che vado cercando, e voglio addentrarmi ancora un po’ in questo testo stupendo. Parlo d’amore.
Chi è Gatsby? Qual è la sua storia? E cos’è quella luce verde che egli contempla assorto nell’insondabile, ogni notte?
Non posso dirvelo. Ma posso dirvi che Gatsby è l’incarnazione della volontà amorosa che lo fa scavare, con i soli artigli della bramosia, inconfessabili gallerie attraverso lunghi anni di pietra, per giungere ormai stremato all’appuntamento con il destino, braccato da un nebbioso passato.
Quella luce verde è l’unico sole per Gatsby, che sorge al tramonto al di là del molo e ne illumina l’insonne speranza, per metà promessa e per metà condanna.
Le infinite ricchezze, eserciti di ammiratori e detrattori, non possono saziare quell’uomo che, a prua di se stesso, è teso a un amore disperato, fino ad apparire distaccato, perso in un sorriso così difficile da decifrare, eppur così affascinante. La stessa determinazione, ma espressa in maniera opposta, la troviamo nella teatrale e tragica maratona oceanica del Capitano Achab. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che perdere la testa per Daisy è ben più comprensibile che perderla per Moby Dick. E mi troverebbe d’accordo.

Recentemente ho sentito voci riguardo un film in uscita che ha come soggetto proprio questo romanzo. Sebbene la scelta di Leonardo di Caprio come Gatsby sia sicuramente centrata, c’è qualcosa di buffo, anzi, di beffardo: Fitzgerald era un abilissimo sceneggiatore (tant’è che proprio questo testo, leggendolo, ci scorre davvero come un film nella mente), eppure gran parte delle sue sventure furono imputabili a quella Hollywoord imballata di retorica di allora, che lo snobbò, e che adesso, in totale stipsi creativa, va a recuperare questo romanzo per recuperare attenzioni (leggi incassi). Temo molto per questo film in uscita, come temevo per “On The Road”, uscito lo scorso inverno e da me saltato a piedi pari. Temo molto perché secondo me Hollywood, fra fumetti e videogame, ha perso un po’ la mano nel trattare i grandi romanzi, le vere grandi storie che fanno parte della nostra vita.

Ma la mia frase? Eccola qua, appena trovata! Che bello poter polemizzare sulle donne, quando non ce la si fa proprio più a sopportarne nemmeno il doppio cromosoma X, avendo al proprio fianco Fitzgerald: “la disonestà delle donne è qualcosa che non si biasima mai molto profondamente: mi dispiacque per un momento, ma poi non ci ripensai più”.

E adesso mi godo qualche minuto di estasi, non se ne abbiano le care amiche donne per questa infima soddisfazione… che poi il dente avvelenato mi cade sempre!
Buona lettura!

The great Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925
@Goodreads

10 thoughts on “Il grande Gatsby

  1. Mmmm…boh…non penso ci stia il paragone con Achab. Quello che manca è proprio il respiro della tragedia, se Melvill scriveva ancora come Shakespeare, Fitzgerald sceglie una forma differente, quasi superficiale, sembra che non voglia intaccare la profondità delle cose che racconta. Lo si vede perfino alle feste, che non sono feste, sono tutti ben oltre la noia mortale. I suoi personaggi sono tutti persone mediocri (bada, non personaggi), non tragiche come quelle di H.M. Forse dovrei rileggerlo a trent’anni, dopo aver avuto alle spalle una quota sufficiente di passato da non poter rivivere, come le donne dovrebbero leggere Mrs.Dalloway dopo i 40…

  2. Innanzitutto grazie di esser passato di qui! =)
    Il paragone con Achab era una velleità, l’intenzione era quella di rendere vagamente l’idea dell’accanimento con cui Gatsby inseguì il proprio sogno/condanna.
    La forma diafana, personalmente la declino all’onirico; concordo sulla trasparenza delle persone descritte nel romanzo: non merito della limpidezza dell’acqua ma della bassezza del fondale, per tornare a Melville😉

Prego, dimmi come la pensi!

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