Opus pistorum

photo by Marcella Marcolinwww.flickr.com/people/marcellamarcolin/

Untitled photo by Marcella Marcolin
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Un avvocato del diavolo non basterebbe a difendere questo testo. Servirebbe un intero studio di avvocati del diavolo, uno più bravo dell’altro. La materia è talmente scottante che è abbastanza normale, durante la lettura, accertarsi spesso di non esser prossimi a qualcuno che potrebbe gettare l’occhio e farsi un’idea di ciò che si sta leggendo. Se solo riuscisse ad afferrare un paio qualsiasi di frasi di Opus Pistorum, gli avvocati servirebbero anche a noi.
E’ un testo monotematico, che non apre a nessuna riflessione, a nessun volo pindarico cui Henry Miller ha abituato i suoi lettori. Prendiamo per esempio quelle stupende pagine di “Tropico del Cancro”, o di “Primavera Nera”, in cui si assiste sbalorditi a una fioritura del pensiero senza contorni – niente di tutto questo in Opus Pistorum.
Solo. Esclusivamente. Sesso.

Facciamo un passo indietro, è più che mai importante contestualizzare. Dove siamo? Parigi. Quando? Tardi anni ’30. Avete visto “Midnight in Paris”, di Woody Allen? Ecco, è utile per farsi, nel giro di un’ora e mezzo, un’idea di che razza di calderone artistico fosse Parigi a quei tempi. In ogni café stava una cerchia differente di artisti, artistoidi, pazzi di ogni tipo. Non si è mai capito come si guadagnassero da vivere, ma è un mistero piacevole, che ci fa ben sperare nel caso le cose vadano male anche a noi (e visti i tempi…). L’arte scorreva per le strade come una fogna intasata lascia correre l’essenza umana dai quartieri della miseria a quelli borghesi. Non esistevano più Parigi, come sono sempre esistite più New York, Parigi era unica, un tutt’uno di donne, uomini, muri, finestre, viali alberati.
A spingere centinaia di artisti di eccellente calibro (non li elenco, ma fidatevi, erano i migliori) ad abbandonare prevalentemente l’America per insediarsi a Parigi, fu la ristrettezza culturale americana, unita a politiche USA scettiche della funzione dell’artista e forse la voglia degli artisti stessi di visitare l’Europa, che nell’immaginario americano è tuttora una sorta di valle incantata, simile a una hobbiville urbana e chic. Sull’impeto di questa continua scoperta la vena artistica di questi soggetti appariva inesauribile, eclettica, istrionica. Per le arti fu un’epifania…
A tutto questo Henry Miller giunse tardino, come se ad una festa uno arrivasse mentre tutti sloggiano. Pensate fosse triste per questo? Macché, per farsi anche solo una nebbiosa idea di chi fosse Miller occorrono anni, e letture estenuanti. Mi limito a dire che Miller visse Parigi con irrefrenabile vitalità, a tal punto da farci sembrare il suo rapporto con essa simile ad uno stupro biunivoco. E qui si torna precipitosamente al centro del discorso.
Opus Pistorum è un libriccino tremendo. Un distillato di sessualità capace di distorcere ogni aspetto della realtà. E’ un amplesso ininterrotto di quasi 200 pagine, tant’è che potremmo chiederci che dieta seguisse Miller, per essere tanto attivo, così al di là di ogni umana prestanza…
La sessualità primitiva e ancestrale che ci viene sbattuta in faccia senza alcuna remora morale è del tutto scollata dall’interpretazione che ogni società moderna si impegni a strutturare per i suoi individui. Ogni legge, ogni inibizione, ogni tentativo di contenimento, ogni cosa che sia opera dell’uomo – e non della natura – praticata con lo scopo di “recintare” il sesso, qui viene divelta e scagliata nello stomaco dei benpensanti. Miller stesso viene travolto dalla propria furia e spesso resta stordito, seduto fra le proprie frasi, ansimante e incapace di spiegare perché succeda quel che succede.
Se basate la vostra sessualità su qualcosa che non sia l’atto sessuale in sé, ossia se “aggiungete”, se “edulcorate”, se “correggete”, potete reagire a questo testo in due maniere differenti: disgustandovi, rafforzando le vostre difese morali, o trasformandovi, abbandonandole per sempre. L’indifferenza non è possibile, l’apprezzamento o la critica di superficie nemmeno. Qua si scatenano demoni insopprimibili, fuggire o lottare!
Se però sarete in grado di ammutolire la vostra coscienza e di sopportare il fuoco ad alzo zero che Miller aprirà contro i vostri costumi, riuscirete ad entrare come mai avrete fatto prima nel mistero della sessualità, sebbene essa rimarrà ermeticamente insondabile, come lo è il fenomeno che chiamiamo dapprima vita e poi morte.
Contrariamente a un De Sade, visto che siamo in tema di galoppate, Henry Miller non potenzia la dimensione intellettuale della tensione sessuale, fino a declinarla in quelle perversioni che rendono tanto suggestiva un’opera quale, ad esempio, “Justine o gli infortuni della virtù”. Ciononostante è possibile cogliere un retrogusto di acuto compiacimento per la soddisfazione dell’istinto, che personalmente interpreto come la sacra giustificazione per ogni azione che la strettissima aderenza alle leggi naturali garantisce.  In questo caso quella dell’erezione del membro maschile.
Miller sente di essere vicino al “vero”, perché si attiene all’istinto, pur celebrandolo oltre misura. Questi meccanismi sono propri delle civiltà che ci ostiniamo a definire primitive (noi che saccheggiamo il pianeta e bombardiamo bambini, mentre ci masturbiamo per un iphone o un automobile, siamo quelli evoluti), laddove il rito della riproduzione è ancor più scevro di superfetazioni e convenzioni sociali, e permane una radicazione magica, seducente, al nucleo della vita.
L’ovvia critica, che viene mossa a Opus Pistorum dal 1941 ad oggi, critica di una banalità che fa venire il latte alle ginocchia, è quella di oscenità.
Esatto, nel 2013 c’è ancora qualcuno che di tanto in tanto rispolvera questo arcano termine…

Altro punto a favore di questa controversa testimonianza: oltre che con la pulsione sessuale, esso costringe a un confronto con il concetto di osceno. Lo fa senza mezze misure, visto che tratta con somma disinvoltura episodi di prostituzione, pedofilia, incesto, stupro di gruppo, tortura e altre “facezie” degne di un Pietro Pacciani alla moda. Non dite che non vi avevo avvisati!
Facendo un passo a latere, spostandoci per un istante in un altro testo di Miller, ovverosia “Ricordati di ricordare” (1947), l’autore affronta con l’acuminata intelligenza che lo contraddistingue la questione dell’oscenità in una discussione dal titolo “L’osceno e la legge di riflessione”. Illuminante. Non sono abbastanza preparato e intelligente da poterne riassumerne la meravigliosa tessitura, la stravagante serietà con la quale abbraccia una materia così difficile. Mi limito a riportarne la perfetta conclusione, concludendo questo mio imperfetto post:

 << Ci è stato chiesto di conoscere l’amore, sperimentare l’unione e la comunione, e così conseguire la liberazione dalla ruota della vita e della morte. Ma abbiamo scelto di restare di qua dal Paradiso e di creare attraverso l’arte l’illusoria sostanza dei nostri sogni. In un senso profondo non facciamo che ritardare eternamente l’atto. Flirtiamo col destino e ci culliamo col mito fino a prender sonno. Moriamo nei premiti delle nostre tragiche leggende, come ragni presi nella propria tela. Se c’è qualcosa che merita di essere chiamato “osceno” è quest’obliquo, indiretto confronto coi misteri, questa passeggiata fino al ciglio dell’abisso, godendo tutta l’estasi della vertigine ma rifiutando di cedere al fascino dell’ignoto. L’osceno ha tutte le qualità dell’intervallo nascosto. E’ vasto quanto lo stesso Inconscio ed amorfo e fluido proprio come la materia dell’Inconscio. E’ ciò che viene alla superficie come strano, inebriante e proibito, e che perciò arresta e paralizza, quando in forma di Narciso ci chiniamo sulla nostra immagine nello specchio della nostra iniquità. Riconosciuto da tutti, è malgrado ciò disprezzato e respinto, per cui riemerge costantemente in guisa di Proteo nei momenti più inaspettati. Quando è riconosciuto e accettato, sia come prodotto dell’immaginario sia come parte integrante della realtà umana, non ispira più terrore o revulsione di quanto non ne ispiri il fior di loto, che affonda le sue radici nel fango del ruscello dal quale è sostenuto. (traduzione Vincenzo Mantovani)>>

NB: in inglese il vocabolo miller significa mugnaio. Il nostro Henry ha intitolato Opus Pistorum questo testo, giocando sul significato del proprio cognome. Pistorum sta per le macine dei mugnai che frantumavano i cereali. Quindi letteralmente l’opera delle macine, che rimanda alla persistente attività sessuale di questo testo!

Opus pistorum, Henry Miller, 1941
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10 thoughts on “Opus pistorum

  1. Calipso! Non tralasciare i tuoi sogni d’amore imperituro solo per queste parole! Miller stesso s’è sposato tre o quattro volte! Una cosa è approfondire un singolo aspetto dell’esistente, un’altra è abbracciare l’esistenza intera, sogni d’amore compresi! Grazie per esser passata ,)

  2. Testo molto interessante, peccato non abbia letto nulla di Miller. Seguendo le tue parole, molto affabulanti e ironiche insieme, sarei più propenso verso De Sade, perchè l’amore e il sesso si nutrono di desiderio, prima che di tutto il resto. Tempo speso bene.
    Un saluto

  3. Ciao! Grazie per la visita. Credo di poter definire impunemente Miller come lo scrittore che avverto più vicino a ciò che penso di me. Sono d’accordo con te, è il desiderio a nutrire amore e sessualità, e non solo direi, ma anche la quasi totalità di ciò che resta nelle nostre vite. De Sade era un raffinatissimo conoscitore dei meccanismi di tale desiderio, ma, al pari di Miller, non v’è nulla di osceno nei suoi testi, poiché noi tutti possiamo specchiarvi qualcosa di noi stessi.

  4. Di Miller lessi ‘Tropico del Cancro, tra le tante cose mi colpì la conseguenza sessuale immediata in un momento affettivo e tenero tra due persone. Purtroppo, secondo il mio parere, ovviamente sindacabilissimo, il sesso è cosa alquanto noiosa da raccontare, descrivere, dettagliare nei particolari, anche per una penna superba come quella dii Miller. Tra il sesso sporco che scende nel profondo umano a quello filtrato dalla censura del buon gusto, che generalmente si trova nel repertorio cosiddetto ‘erotico’, preferisco il primo, quello ludico, amorale, vitale. Però mi annoio.
    Hai fatto una recensione davvero eccellente.

  5. Grazie, le tue parole sono come sempre densissime. E in buona parte condivido il tuo parere; è paradossale, ma il limite maggiore di questa narrazione, quella di Opus pistorum, è la narrazione stessa. Il passaggio intermedio della scrittura è abbastanza per indebolire quelle sensazioni genuine e travolgenti (mai noiose) che in buonissima fede Miller ha tentato di trasmetterci integralmente.
    A proposito di Tropico del Cancro, ne vorrei scrivere appena disporrò di sufficiente ispirazione. E’ uno dei libri a me più cari…
    Grazie ancora, buonanotte =)

  6. Ciao, ho trovato splendido il carteggio fra Henry Miller e Anais Nin (Storia di una passione, Lettere 1932-1953, Bompiani) una voce un po’ diversa di lui, a tratti più autentica e, per quanto possa sembrare paradossale, forse meno artefatta di Tropico del Cancro (di cui peraltro vi si trovano molti accenni). Opus pistorum è là che aspetta da qualche mese di essere concluso, mi ci sono arenato ma è stata colpa mia. Complimenti per le recensioni, ma a questi ci sarai abituato.

  7. Ciao! Grazie per l’attenzione!
    Il carteggio fra Anais e Henry l’ho trovato anch’io molto interessante, per lo stesso aspetto che hai rilevato tu, quello della maggior naturalezza di Miller. Tropico del cancro è sicuramente un libro magnifico, ma è pur sempre letteratura, e un certo filtro è praticamente involontario e inevitabile. Sto radunando le energie e l’ispirazione per scrivere appunto del Tropico, non so nemmeno se vi riuscirò, perché tengo troppo a quel libro per correre il rischio di tagliare il filo sbagliato e far esplodere parole inutili! ^_^

Prego, dimmi come la pensi!

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