Che paese, l’America

© Luis E. Andrade / Pintando

La società americana del cosiddetto Maccartismo è stata ritratta da una miriade di scrittori, dai più famosi ai più sconosciuti. New York, capitale intellettuale degli States, aveva il proprio cuore rivoluzionario nel Village, fulcro dell’arte, del pensiero e delle barbe incolte. Era lì che chiunque sapesse scrivere si sentiva legittimato a chiamarsi scrittore; stessa cosa per chi suonasse uno strumento o brandisse un pennello. Nel giro di poche centinaia di metri si passava da accettati a rifiutati, perché bastava di poco avventurarsi fra i grattacieli di Manhattan, simili ad abnormi denti erotti dalle grigie gengive del Mostro Capitalista, che un’innocente barba veniva vista come osceno oltraggio alla serenità dei giovani rampolli indottrinati alla conquista della ricchezza, di una bionda donna cattolica del New England, di una villetta con garage, di due o tre marmocchi, di un cane e del mondo intero.
Non potevi stare nel mezzo. Al senatore Joseph McCarthy bastava uno schiocco di dita e venivi posto sotto interrogatorio, con accusa di comunismo. Quindi la peggiore. Meglio rigare dritto, prendere le scalinate che portavano dal collegge all’università, quindi a un attico con vista sul fiume Hudson e poi sempre più su fino al paradiso dei ricchi e potenti servi di Dio (il dio denaro).
Oppure? Be’, oppure vivere in un appartamento “a solo acqua fredda”, insieme a un’altra dozzina di “comunisti, negri, musicisti, eroinomani, froci, puttane, alcolizzati, scrittori, poeti, pazzi”, trascorrendo le giornate a inseguire le parole giuste per riconquistare un mondo sordo. Forse forse diventavi amico di Ginsberg, di Kerouac, Corso, Ferlinghetti, Carr, Burroghs, Cassady, e con un altro paio di forse diventavi uno scrittore eterno, e il tuo unico dio era in bolletta quanto te…
Frank McCourt, che non è uno scrittore eterno (anche se il suo bel Pulitzer se l’è portato a casa), è stato un uomo normalissimo. Ora, difficile definire la normalità di allora, non sapendo neppure come ben definire quella odierna, ma leggendo questo testo balzano all’occhio qualità e limiti di una persona semplice, sveglia e partecipe del proprio mondo. Si avverte realmente la “normalità”.
Questo romanzo abbraccia circa 30 anni di vita dello scrittore; strettamente autobiografico, descrive la miseria e l’entusiasmo di un immigrato irlandese poco più che adolescente, alle prese con una società impaurita dal resto delle nazioni, sempre pronta a far sentire escluso chiunque. E non solo a farlo sentire escluso, ma ad alienarlo fino a ridurlo in poltiglia, ultimo degli ultimi.
Co-protagonista di queste avventure, ora divertenti, ora tragiche, è la sua famiglia, dapprima rimasta interamente in Irlanda, e in seguito, un membro alla volta, introdotta per mano di McCourt nel grande Colosseo dorato delle occasioni, l’America!
La famiglia rappresenta l’isola nativa, l’Irlanda, terra umile ma fiera e solidale, accostata ad un’America ricca ma ingrata, fondata sulle ciniche solitudini. La madre di Frank, i suoi fratellini, il padre alcolizzato che li ha abbandonati in culla, la religione pervasiva che scandisce le intere esistenze terrene; tutto questo viene alternativamente sbeffeggiato o rievocato con nostalgia e dolore.
La scrittura è a tratti trasognata, sembra prendere le distanze dall’orrore e dalla profonda miseria che ritrae; lo stesso meccanismo infernale che Bukowski cercava di sabotare immergendolo nell’alcool e nell’odio, McCourt lo fa saltellare da una mano all’altra, quasi giocandovi. Come a dire che non è niente di grave, dopotutto, veder infrante vite e sogni, assistere all’umiliazione dei poveri, all’emarginazione dei non allineati… E’ in questa seria spensieratezza che prende forza la testimonianza di McCourt: egli non fa caricature, non inventa mostri da esorcizzare. No, lui fotografa l’America e te la mostra, trattenendo un sorriso che potrebbe mostrarti i suoi denti rovinati dalla povertà. Non ha la rabbia robotica e geniale di Henry Miller, ma riesce ugualmente a farti tastare con mano l’ingiustizia e l’indifferenza che l’umanità può scagliare contro sé stessa, con insuperabile perfidia.
E’ una lettura scorrevole, nella quale dieci anni passano in dieci parole; nessuna frase papabile di risuonare sui social network per descrivere la noia di qualche sentimentale in cerca di attenzioni; non è un testo ricco di sapere “umano”, bensì di sapere “personale”. Ma quando chi scrive è un’anima incorrotta questi due termini coincidono e ci fanno dono del ritratto di una vita più che fantastica, oserei dire normale, nella sua accezione più positiva e, paradosso da Sogno Americano, serena.

‘Tis, Frank McCourt, 1999
@Goodreads

6 thoughts on “Che paese, l’America

  1. È già il secondo post che scrivi che mi ispira alla lettura. McCourt non lo conoscevo. L’hai accostato ai mostri della beat generation, ne faceva parte anche lui?
    Dalla tua descrizione mi ricorda John Fante.

  2. Buondì Daniele. Grazie per l’attenzione! =)
    Sebbene McCourt abbia condiviso spazi e tempi dei beats, non è ascrivibile a quel manipolo di poeti. La sua produzione bibliografica è concentrata negli ultimissimi anni della sua vita, alle soglie del 2000, e addirittura postuma.
    Il paragone con Fante è certamente possibile, entrambi immigrati, entrambi squattrinati e spaesati di fronte al Moloch americano e alle sue vittime sacrificali. Ma se Fante oppone una risposta belligerante e ipercritica (sebbene ancora molto romantica, rispetto a un Bukowski che lui stesso ispirerà), McCourt insiste con estrema pazienza e volontà d’animo, in una sopportazione che trova ampia giustificazione nella sua formazione cattolicissima. Almeno finché non si avvicina, da buon irish, alla bottiglia…😉

Prego, dimmi come la pensi!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...