Rigodon

The Black Tar Vomit.by ~boobookittyfuck @ deviantArt

The Black Tar Vomit.
by ~boobookittyfuck @ deviantArt

Stanotte ho parlato con Good Ol’Fabio della grande evasione che permette la lettura, allorché riflettere anche solo un istante sulle deludenti contingenze porterebbe all’idrofobia.
Seppellirsi sotto diversi strati geologici di piume d’oca, specie in queste sere glaciali, e aprire un buon libro alla luce di un’affezionata abat-jour, giova assai al lobo anteriore dell’ipofisi. Goduria!
Il continente che più spesso ospita le mie evasioni è quello americano. Vi ritorno come ad un vecchio borgo d’antenati. L’amico di stanotte ha convenuto con me che, per qualità e quantità, l’America dal 1850 al 1950 sia stata la più prolifica fucina di grandi scrittori.
Di fronte a questa armata di scandagliatori dell’animo umano, splendida e infallibile, l’Europa che faceva? La Pigra Signora non si è mai scomposta, non ha vissuto l’esplosione espressiva del Giovane Continente come una minaccia. Grandi autori si avvicendavano fra Germania, Inghilterra, Italia, Francia ecc. ecc., ma con la stessa lenta, ciclica, regolarità da oltre mille anni. In America, invece, boom!
Parlare di contesto culturale, nel caso della letteratura, non deve mai far trascurare un importante fattore: l’editoria. Fare l’editore in Europa, soprattutto nel periodo sopra citato, è mestiere delicato e certosino. I lettori del vecchio continente hanno uno stomaco delicatissimo, è da riconoscere la premura con la quale i grandi editori europei li hanno sempre nutriti. I lettori Americani non soffrono invece di dispepsie o ulcere gastriche: i loro problemi sono tutti mentali, nello specifico di natura morale, direi d’inflessione religiosa. Per questo, con le dovute precauzioni, introdurre un testo “rivoluzionario”, un autore “d’avanguardia”, è più semplice in Europa che in America. Da sempre. Questo spiega i grandi flussi migratori di testi e scrittori dal nuovo al vecchio continente, soprattutto nei primi vent’anni del ‘900.
Ma quando è l’Europa stessa a partorire un “mostro” (inteso come estrema sintesi di qualità scostate dalla norma), cosa succede? Proprio lei, che adotta quelli abbandonati in America, vorrebbe abortire quelli concepiti fra le sue genti.
Louis Ferdinand Auguste Destouches, meglio conosciuto con un nome mixato a quello di sua nonna (!), ossia Louis-Ferdinand Céline,  è il figlio deforme che l’Europa ha sigillato in cantina. Diciamo anche che lui non ha fatto niente per mostrarsi amabile…
Il testo che voglio introdurre, dopo tutta questa prolissi sbrodolata, è lapidario e perforante come una pallottola alla tempia. Rigodon.
L’intensità di questo romanzo ha sortito effetti devastanti sulla mente ipertrofica di  Céline; vi basti sapere che il giorno stesso in cui l’ha terminato il suo cervello è esploso e lui è morto. Era il 1 Luglio 1961. Il giorno dopo moriva Hemingway, tanto bastò ad eclissarlo definitivamente per molti anni…
Rigodon – dicevo – è un’iniezione di peperoncino nel mezzo del cuore. La sua lettura è una corsa sfrenata su una parete di roccia friabile che fronteggia lo strapiombo. Quante volte si cade! Eppure vi è una frenesia tale, un’angoscia così atletica, che ci si rialza senza lamentarsi (un po’ come quando nel film “The Blues Brothers” Belushi e Akroyd si beccano un missile nel loro appartamento e riaffiorando fra le macerie non battono ciglio e vanno “al lavoro”) e si prosegue a spron battuto.
La storia dipinge con le pennellate grezze di Edvard Munch la fuga di Céline durante i giorni dell’avanzata alleata in Francia, a seguito dello sbarco in Normandia. Il governo collaborazionista, il crollo del nazismo, Philippe Pétain. Céline scelse la parte perdente, e dovette rifugiarsi in Danimarca. Il viaggio per la salvezza è descritto in Rigodon come un guado dell’inferno, l’apocalisse dell’individuo, che disumanizza. Le comparse indifferenti e naufraghe di questo viaggio disperato, insieme alla moglie e al gatto, sono disertori, puttane, delinquenti, collaborazionisti, psicopatici, bambini abbandonati a loro stessi, animali fuggiti dalle stalle. C’è fango ovunque e ogni domani è una minaccia in più. Svanita ogni fiducia nel prossimo, solo ciò che si ha in mano può tornar utile, le parole non servono più. La violenza è cortesia, la rabbia è premura e l’odio è solidarietà.
La lingua di Céline è l’intraducibile argot francese, tipicità nazionale, non allargabile al nostro italiano costellato di dialetti; ma se trovate un edizione Einaudi, allora troverete un’ottima traduzione. Il francese è rapidissimo, è perfetto per scagliare in faccia al lettore i tranci del nichilismo dello scrittore, perfetto per scivolare nello strapiombo al suono di un risucchio. Nell’italiano questo si perde un po’, troppe polisillabe.
La crudeltà è indistinguibile dalla crudezza, Céline non prova alcuna pietà per i sofferenti, per i perduti, per i cadaveri affastellati per le strade. Perché l’umanità è un lusso da salotto buono, quando si è braccati da una condanna a morte e dal cielo piovono bombe. E’ una visione continua, quella che ci investe leggendo Rigodon. La punteggiatura è inequivocabile, non vedrete in nessun altro libro di Céline, nemmeno in Viaggio al termine della notte o Morte a credito (precedenti alla guerra) un tale dispiego di punti di sospensione, vera notazione della petite musique, rivoluzione stilistica senza precedenti. La sospensione corrisponde all’affanno e all’angoscia dello scrittore, è un continuo contrappunto simile al jazz più cerebrale. Céline era un cervello sopraffino deglutito e trattenuto in uno stomaco inacidito.
Rigodon è il traguardo estremo della paranoia dell’autore francese, nella corsa lontano dall’omologazione e dall’impegno sociale degli intellettuali. Se aveste nominato Sartre in presenza di Céline, vi avrebbe liberato addosso la muta di cani che teneva in casa proprio per simili occasioni. Con questo testo egli fugge definitivamente dalla comprensione dei contemporanei, condannandosi a un esilio ben più grave di quello scontato in Danimarca.
Chiunque legga Céline non può che rimanere affascinato dalla sua mente affilata e spregiudicata, non può che ammetterne la veemenza espressiva senza pari. Eppure, ancora oggi, in tanti, troppi, tacciono nei suoi riguardi, forse per il timore di apparir aldilà di ciò che è “buono” e “rispettoso”, “corretto”.
Persone come lui sono strumenti che servono ad allargare il campo delle percezioni e delle sensazioni umane, rendendo possibile a chiunque lo voglia di provare l’impensabile. Ma sono strumenti che durano poco, che si logorano subito e si frantumano. E spesso si è tentati di pensare che siano insostituibili.
Una fuga con stile, per serate in cui ci si sente sotto le bombe.

Rigodon, Louis-Ferdinand Céline, 1969
@ Goodreads

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