L’urlo e il furore

The Nightby ~smallvillian @ deviantArt

The Night
by ~smallvillian @ deviantArt

Chi sentisse parlare di un certo William Faulkner non dovrebbe mai avvicinarvisi lungo i sentieri di questo romanzo. Si perderebbe. Io l’ho fatto, perché qualcuno mi aveva detto:”Fau? Leggi questo, è il suo miglior romanzo”.
Era evidente che dovevo stare molto antipatico a quel qualcuno.
Ci ho messo anni a terminarlo. L’ho iniziato e abbandonato almeno 5 o 6 volte. Ogni volta ci capivo sempre meno.
Quando si legge un romanzo si ricrea uno spazio, spesso coincidente con spazi da noi già visitati, magari ambienti della propria infanzia, che chissà perché andiamo a rispolverare proprio per queste occasioni. Leggendo questo testo non riuscivo ad “afferrare” nessun luogo ideale per ambientarlo. Continuava a vorticarmi nella testa, finché non ho avuto stampato, negli occhi della mente, altro che un arabesco. Le voci dei protagonisti saltavano da una voluta all’altra, si sovrapponevano e mi parlavano insieme, dicendo cose diverse. Per fortuna non leggevo in piedi.
Faulkner aveva una mente rapidissima e una pazienza colossale. Sembrano caratteristiche che mal s’accostano, niente affatto! Tesseva arazzi in cui non trovava riparo nemmeno un acaro, tanto erano fissi. Con la pazienza di un ragno egli costruiva una trappola per ogni, ripeto ogni, pensiero, anche il più sfuggente, il più  silenzioso.
Nel suo discorso di ricevimento del premio Nobel, nel ’49, Faulkner implora ogni uomo e ogni donna a non abbandonare ciò che, insieme alla voce inesauribile e all’anima, contraddistingue l’umanità: la compassione, il sacrificio e la resistenza.
Rivolgendosi direttamente agli scrittori di allora, critica la loro confusione: per lui essi scrivono non di amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde qualcosa di valore, di vittorie senza speranza, senza pietà o compassione. Per Faulkner, in quegli anni, si scriveva troppo di “ghiandole” e troppo poco di “cuore”.
In “L’urlo e il furore”, Faulkner presta fede alla sua missione e lo fa senza risparmiarsi, senza risparmiarci. Le vicende della famiglia Compson sembrano orchestrate secondo la dodecafonia di Arnold Schönberg, con una logica misteriosa ma affascinante, ipnotica. Si avvale di periodi millimetrati, in cui ogni lettera trova il suo incastro, come in un puzzle. La narrazione procede saltatoria, intersecata, con frequenze disturbate. C’è molto buio in questo romanzo, l’unica fioca luce presente non è solare, bensì lunare. Faulkner viene dipinto come scrittore barocco, eppure a me sembra solo uno scrittore “notturno”, che vede il mondo con grandi occhi sbarrati nel buio. Avreste mai immaginato di poter osservare questo mondo con gli occhi e la sensibilità di un bambino con disagi psichici? In questo romanzo proverete l’ansia e lo sgomento di un’anima intrappolata in  un mondo che non la comprende, contenuta in un corpo e una mente sfortunati ma assolutamente vitali e presenti nella stessa realtà della gente “normale”. Proverete emozioni crudeli e sincerità spiazzanti.
Vi perderete, questo è sicuro. Perché starete leggendo, non una rielaborazione mentale dell’autore tesa alla comunicazione, ma la comunicazione stessa fra l’autore e il proprio cosmo emotivo. Entrerete in Faulkner, nella sua mente. Joyce aveva fatto la stessa cosa, ma era irlandese, quindi risulta ancora più ostico, più analitico del sé. Lo scrittore americano si limita a ciò che viene molto bene agli scrittori americani: narrare.
Ogni volta che guardo “L’urlo e il furore” nei miei scaffali, penso immediatamente a quell’arabesco che mi ha fatto da prigione e riparo durante la lettura. Penso alle parole di Faulkner al ritiro del Nobel. Nella sua religiosa fiducia per la nobiltà dell’uomo affermò che la voce del poeta non dev’essere il semplice registro della vita di un uomo, ma può essere uno degli oggetti di scena, uno dei pilastri che può aiutarlo a resistere, e a prevalere. Su cosa? Cercate nel libro.

The Sound and the Fury, William Faulkner, 1929
@ Goodreads

3 thoughts on “L’urlo e il furore

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