Aspetta primavera, Bandini

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Wait until spring, Bandini
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Che l’amore di un ragazzino non abbia nulla da invidiare a quello di un Dante, di un Petrarca o di un Sandro Bondi, questo è noto. E’ meno noto che questo amore possa talora compiere passi ben più lunghi delle brevi gambe del suo ospite. Passi lunghi quasi un secolo. Arturo Bandini e il suo amore, un passo dopo l’altro, giungono ai nostri tempi ancora energici e testardi. E pensare che per decenni nessuno, in alcun luogo del pianeta, ha badato a questo piccolo figlio d’immigrati, che coi pugni chiusi fino a sentir male, restava in mezzo alla neve per ore, sperando di veder comparire la piccola Rosa dietro ai vetri della sua bella casa.
“Aspetta primavera, Bandini”, prima opera pubblicata di John Fante, raccoglie in sé l’intero talento di uno scrittore straordinario, che bisogna assolutamente leggere e consigliare.
Arturo, largamente autobiografico, è un ragazzino che ai nostri tempi rischierebbe di finir sotto psicofarmaci. La sua rabbia è commisurata solo alla sua frustrazione, e il suo odio è genuino solo quanto il suo amore. Testardo, complessato, invidioso, bugiardo, spaccone, ma anche timido, impaurito e sognatore. Troppo sognatore. Da qui i suoi guai. Non riesce proprio ad accettare di essere figlio di immigrati italiani (i cosiddetti Dago), che nell’America dei ’30 erano visti come oggi la società “civile” italiana vede coloro che provengono dall’Africa o dalle regioni balcaniche. Riflettiamoci.
Arturo soffre come un cane, anzi peggio, odiava le sue scarpe inadeguate ad ogni stagione, la bruttezza della propria abitazione e i modi sommessi di una madre succube di un folle e violento marito. Amava invece il padre, anche se a tratti lo odiava peggio di se stesso, ma che per la maggior parte del tempo rappresentava per lui uno che ce la metteva tutta. E che cornificava la madre con donne belle e ricche. La cosa più soddisfacente al mondo, quella di cui andar più fieri.
John Fante era uno scrittore completo, efficiente, dotato di sconfinato talento e infinita sfiga. Perché son serviti più o meno 50 anni affinché venisse preso in considerazione, proprio lui che sgomitava per un posto di rilievo (meritato) fra gli scrittori. Era un narratore puro sangue, capace di strutturare dialoghi in cui il lettore si trova, senza accorgersene, ora nella testa di un personaggio, ora nella testa di un altro. Tutto è naturale: ogni monologo, ogni descrizione, ogni cosa è giusta, pulita, divertente fino ad esser caustica. E’ un classico, ridere a crepapelle per l’irosa invettiva di Arturo, per poi smettere d’improvviso e rendersi conto che non c’era assolutamente niente da ridere. Questo libro è a tratti commuovente, struggente, permeato di una corrosiva delicatezza che sembra disgustarsi di quanto la vita possa esser grama. Si arriva ad esser amareggiati, tristi. Fante descrive una vita di privazioni materiali, ma di assolute abbondanze spirituali, straripanti, talvolta veri e propri tsunami emotivi, che non distruggono niente fuorché egli stesso.
A chi vorrebbe migliorare la propria vita, questo libro offre un’energia considerevole, ma anche un avvertimento: è dannatamente dura guadagnarsi un posto. Molto più facile in paradiso, che qui sulla terra…
La parabola di John Fante è, a mio avviso, spesso sovrapponibile a quella di Francis Scott Fitzgerald: entrambi affascinati dal mito della ricchezza e del successo, animati da un amore eviscerante per la vita, spaventati dal mondo fino ad illudersi di poterlo controllare attraverso la parola. Hanno fatto entrambi una brutta fine, ma fino a quel momento infausto direi che il primo è stato di gran lunga più sfigato del secondo. Una su tutte, il conto in banca. Ma in quanto a libri, chi può affermare senza esitazioni la supremazia di uno dei due sull’altro? Questo vi dia un’idea del calibro di John Fante. E’ giusto ricordarlo come un grandissimo scrittore, e far vivere i suoi libri dentro di noi.
Godiamoci la lotta di Arturo, contro maestre ottuse, genitori colpevoli d’esser italiani, compagni lecca-culo e bambine viziate. Arturo Bandini è un Huckleberry Finn incazzato nero, che non ha tempo per cazzeggiare lungo il Mississippi, un Bukowski imberbe che non toccherà mai un bicchiere. Il nostro ragazzino ha diversi scopi ben più importanti da perseguire, uno più utopico dell’altro.
Tifare per lui è cosa spontanea.

Wait until spring, Bandini, John Fante, 1938
@ Goodreads

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