Sulla strada

1964, Millbrook, New York, USA --- Psychologist Timothy Leary and Neal Cassady in Bus --- Image by © Allen Ginsberg/CORBIS

1964, Millbrook, New York, USA — Psychologist Timothy Leary and Neal Cassady in Bus — Image by © Allen Ginsberg/CORBIS

Jean-Louis Kerouac era sostanzialmente uno sfigato.
Il classico ragazzo dal grande cuore, con una mamma eccessivamente invadente, amici strampalati e avulsi dal contesto sociale di riferimento e la più grande capacità di esprimere l’angoscia dell’esistenza fra tutti gli scrittori americani.
Neal Cassady (Dean Moriarty nel testo) saltava da un letto all’altro, donne e qualche volta, why not?, uomini; viaggiava avanti e indietro per l’America a tutta velocità, procurandosi automobili rubandole con assiduità e impunità; indossava una maglietta bianca meglio di Marlon Brando e non chiedeva che di bruciare e bruciare e bruciare…in un delirio di egocentrismo e infantilità illuminata. Jack lo ammirava, lo amava. Neal era scevro di quell’onnipresente senso di scollamento che impediva a Kerouac di lasciar perdere la scrittura e affogarsi nello scorrere del tempo. “Sulla strada” è un’opera magnifica, fin dal principio, prima ancora di esser scritta. Kerouac riteneva che la pagina condizionasse, con i limiti fisici del foglio, la stesura della narrazione: “Sulla strada” è stato scritto su un rotolo, simile a quelli per il fax, lungo oltre 35 metri. E’ più che una battuta credere che questo sia stato uno dei principali motivi per cui tutti gli editori cui Kerouac ha proposto il manoscritto l’abbiano rifiutato. Come si fa a leggere un foglio lungo 35 metri? Comunque sia, è stata decisiva la miopia degli editori, più che la loro pigrizia o la scarsa metratura dei loro uffici. Forse Jack non vi ha mai pensato, in quella decina d’anni successivi di pesante alcolismo, ingannevole salvezza dalla disperazione per quel manoscritto così lungamente rifiutato. Ma era troppo tardi. Gli anni della gioventù erano già stati strappati dal calendario della sua breve esistenza, saltando direttamente dalla primavera all’inverno.
Kerouac aveva il dono della comprensione totale, poteva guardare in faccia l’assurdità delle vite dei personaggi del suo romanzo con il coraggio del gregario, che già è rassegnato all’ombra. La forza di “Sulla strada” progredisce all’aumentare delle miglia divorate dalle ruote della compagnia selvaggia, più Neal accelera, più il romanzo ci investe con veemenza e trionfalità. Nessuno di loro sa cosa sta accadendo, ma tutti hanno la precisa sensazione che è qualcosa di grande, di follemente grande. Un’esaltata disperazione li relega alla strada, all’andare in qualsiasi posto, non importa dove. Importa solo, ovviamente, andare! La musica è co-autrice di questo dissennato progetto di vita e di narrazione. E’ disciolta in ogni sillaba. Kerouac & CO. erano divoratori di musica negra, in particolare erano fanatici di Charlie “The Bird” Parker.
Si può dire che senza Charlie Parker, e in generale il jazz, “Sulla strada” sarebbe stato un testo più simile al diario di bordo di un autista della compagnia Grey Hound, che al capolavoro che tutti possiamo adorare.
E’ difficile restare in auto con Neal, Sal, Carlo Marx e compagnia cantante, senza provare di tanto in tanto l’impulso di gettarsi in corsa e riposare all’ombra di qualche palma. Perché loro non hanno nessuna intenzione di fermarsi, né di giungere in alcun luogo.
Lo ripeterò ancora e spesso, ciò che si è definita come Beat Generation (5 o 6 persone in tutto) è stata una delle ultime convulsioni dell’animo umano, prima di spirare definitivamente e consegnare le proprie spoglie alla meccanizzazione (Carlo Marx, aka Allen Ginsberg, dixit).
Jack Kerouac ha compiuto la sua missione, a costo di ammettere la propria subordinazione al cospetto del calor bianco della vita umana, di cui è profondissimo sacerdote, ma che non si azzarda a impugnare con l’ingrata stolidezza di un protagonista qualsiasi. Ci ha dimostrato, paradossalmente , non la facilità di spostarsi (fisicamente e mentalmente) da se stessi e dal contesto, bensì la fermezza con la quale è possibile restare coraggiosamente nella propria vita. Niente male per uno sfigato!
Egli arde senza gridare, addirittura trascrivendo le vampate che lo dilaniano su carta Telex. Nessuno dei suoi amici, diranno loro stessi, s’era mai accorto di quanta sofferenza albergasse in quel ragazzo di seconda fila, un po’ timido, un po’ spaccone.
Mentre si legge “Sulla strada” il cuore aumenta i battiti e la stanza in cui siamo diviene automaticamente una gabbia asfissiante. O lo si legge senza sosta (sconsigliabile) o, fra una pausa e un’altra, si sta fuori di casa. Lontano da una sedia che non sia il sedile di un auto, o da un divano che non sia quello posteriore di una Cadillac. Quindi meglio leggerlo d’estate. Magari indossando una T-shirt bianca, come una tela ancora da finire…

On the road, Jack Kerouac, 1951
@ Goodreads

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