Moby Dick; o, la Balena

The Whiteness Of The Whale
Artist: Samantha Sweeting

Affrontare Moby Dick in prima persona potrebbe esser più semplice che affrontare il testo di Melville. Dovreste spegnere il pc, il cellulare, fare scorte di viveri, affiggere alla porta di casa un cartello che rechi la scritta “sto leggendo Moby Dick, infilate il messaggio sotto l’uscio, vi farò sapere…”, ed infine sigillare porte e finestre. Potrebbe davvero esser più semplice imbarcarsi su qualche baleniera e tentare di ramponare da sé il capodoglio candeggiato. Ma la colpa è squisitamente nostra, o se vogliamo sentirci meglio, del mondo intorno a noi.
Il tempo Melvilliano è una base per la pizza che si può tirare all’infinito, alla faccia dei fisici contemporanei e dei pizzaioli d’ogni epoca. Questo signore, che nel celebre ritratto di Joseph O. Eaton sembra un diciottenne con la barba di un settantenne che non ha mai visto un rasoio, doveva esser evitato dai suoi compaesani alla stregua di un appestato. Immaginate di chiedergli “Ciao Herman, come va?”. Non ve la cavereste prima di sei o sette ore. Il nostro caro aveva a disposizione tutto il tempo di cui disponeva l’umanità a metà del XIX secolo. L’America di allora viveva l’esaurirsi dell’onda lunga della colonizzazione del Lontano Ovest; la questione dei bufali e degli indiani era quasi sistemata, le città si ingrassavano, ma l’acqua era ancora buona e Mark Twain faceva avventurare i propri personaggi in un paesaggio resistente, senza la preoccupazione che s’ammalassero per l’inquinamento o piombassero dentro un pozzo petrolifero.
La condizione umana trovava ancora confronto con la natura, con le vastità terrene, acquee e siderali; l’uomo aveva ancora abbastanza spazio attorno a sé per allargare le braccia e con esse cingere il presente, misurandolo con gli strumenti calibrati su tutta la precedente vicenda umana. Melville è salpato appena in tempo: qualche decade dopo e l’uomo avrebbe perso ogni riferimento, ogni contatto con la temporalità e lo spazio, ritrovandosi perso in sé stesso; la stragrande produzione letteraria venuta dopo il XIX secolo è vincolata all’ego dell’artista, i romanzi si svolgono in mondi stretti stretti nella sua calotta cranica. Addio grandi distanze americane, così concrete e tangibili.
E’ ormai banale accostare il testo di Moby Dick alla bibbia, ma lecito. Il divino che Melville, di provenienza cristiana, discioglie attraverso tutta la narrazione, è più simile a un fenomeno ebraico. E’ un’entità terribile, come ce lo aspetteremmo da un romantico europeo dei primi trent’anni dell’ottocento. Ma non lo troveremmo fra le nubi, accovacciato a far la punta ai fulmini; non lo incontreremmo fra i nostri consimili, come un Cristo, sulla terra ferma. Ci troverebbe lui, emergendo dagli abissi oceanici. Tiè!
Allo stesso tempo questo ignaro e innocente capodoglio è ammantato di un alone estremamente umano, incarnando tutte le nostre miserie: crudeltà, rabbia, voracità, odio e altre carinerie (e guarda caso è bianco…).
Il trattato di cetologia, così come l’accuratissima descrizione di tecnicismi nautici e l’anatomia animale comparata, sono parti del testo che è necessario “soffrire”, per sentirsi parte integrante dell’equipaggio della baleniera “Pequod”, cullata per mesi e mesi fra le onde degli oceani. In questo contesto di eterna attesa e continua riflessione (i monologhi simil-shakespeariani sono incantevoli e iper-teatrali, anche se difficilmente udibili su una baleniera reale), vi sembrerà che dal vostro divano, dal vostro letto, o dal vostro WC, sia possibile scorgere all’improvviso lo spruzzo d’acqua di un cetaceo all’orizzonte. E molto presto anche voi spererete che non sia Moby Dick. Non vorreste mai che fosse proprio “quel” capodoglio.
Un tizio come il capitano Achab potrebbe farvi passare ogni remora morale e scatenare il cacciatore di balene che è in voi, sgombrandovi con uno schiocco di dita la mente dai documentari di Piero Angela e dai gommoni di GreenPeace. Uno così è più che magnetico. Eppure voi non vorreste mai – ripeto – incontrare Moby Dick, perché quel vecchio capitano è davvero intenzionato a rovinare quella fantastica crociera nei mari orientali, con la stiva piena di olio di balena e il porto di casa già in mente, per andare a saldare il conto con la balena bianca. Ad ogni costo.
Quando Melville trasale, abbandonando le comparazione fra la mandibola della balena franca e di altri cetacei, e portandovi con sé sulle lance del “Pequod”, l’adrenalina vi sconquassa, l’oceano vi sembra l’unico posto per voi, gli occhi vi si annebbiano di rosso per la frenesia predatoria. E mentre remate a tutto spiano, sotto le straparlate degli ufficiali Starbuck, Stubb o Flask, ripassate mentalmente dove affondare il rampone: Melville vi ha insegnato alla perfezione dove sta il cuore di una balena. Melville vi costruisce un senso apposito per il proprio testo. Vi pare poco?
Ai lettori italiani Cesare Pavese (e chi altri poteva?) ha consegnato una traduzione faticosa. La struttura delle frasi dello scrittore americano è sovente intricata, da letterato puro e duro. Facile perdere l’appiglio e scivolare fino al punto finale del paragrafo, senza averci capito assolutamente niente. Pavese ha dovuto confrontarsi anche con gerghi da baleniera e freddure anglosassoni intraducibili. Il risultato è dunque ottimo, e c’è da ringraziare il professore piemontese per lo sforzo encomiabile. Gli appassionati di lingua inglese troveranno squisite diverse trasposizioni linguistiche, operate con maestria dal traduttore (come “vulturismo”, a descrivere l’atteggiamento opportunista dell’uomo, dall’inglese “vulture” ossia “avvoltoio”).
Leggete Moby Dick, non perché qualcuno vi ha detto che la letteratura americana parte più o meno da lì, ma perché lì giungono sia il nucleo che le propaggini dell’animo umano, e intrecciano i loro destini con il Leviatano, con dio, con la Natura ancestrale di ogni cosa, con la vita.
Questo testo è destinato a sparire e ricomparire nella storia della letteratura, che poi è la storia dell’uomo; si immergerà nelle oscurità del tempo, per riemergere con impeto più in là, sempre un po’ più avanti di noi. Ci spronerà a non perderlo mai di vista, a non perderci mai di vista. Cosa vi ricorda, ramponieri?

Moby-Dick; or, The Whale, Herman Melville, 1851
@ Goodreads.com

One thought on “Moby Dick; o, la Balena

  1. Io ti ringrazio e ti rispondo qui, mi sembra cosa buona e giusta. E oltre ad apprezzare il tuo articolo su Melville apprezzo pure la grafica essenziale e soprattutto le categorie suddivise per nazioni. Una raritè! Ti inseguo.

Prego, dimmi come la pensi!

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